"Le tre sorelle cattarine"

 

 

A Prcani, un tempo Perzagno, si racconta questa storia al viaggiatore che, traghettato lo stretto tra Kamerari e Lepetani, prosegue verso Cattaro e si sofferma a guardare una casa affacciata sulla banchina. Una casa snella e alta, a due piani, circondata da giardini e vignette digradanti dal monte Sant'Elia, oggi Vrmac, fin sulla strada che segue la linea dell'acqua nella parte est delle Bocche. L'edificio si fa riconoscere per tre finestre murate, sopra le quali è il tetto acuto a due spioventi, tanto che tra le finestre e il colmo della copertura si delinea una specie di timpano, arieggiante qualche influenza classica. Sotto la sponda banchinata ondulano all'ormeggio le lancette colorate per strisce orizzontali della gente del luogo e gli scafi di plastica di chi è riuscito a farsi un rifugio di pietra tra gli alberi, gli oleandri e gli orti, utilizzato per le vacanze. E lì spesso si vedono i grandi mortai di pietra, nei quali si pestavano grani e altre biade, ora tenuti per ornamento e a ricordo, forse, di una cultura contadina e marinaresca a un tempo, del tutto scomparsa. Quella casa dalle finestre murate è detta «delle tre sorelle» e, per i caratteri architettonici che la definiscono, va pensata viva e operosa intorno alla metà dell'Ottocento, quando l'Austria governava le terre di confine tra Dubrovnik e l'Albania nelle quali s'insinua il Montenegro. Allora, e per molti anni ancora, le insenature e le darsene di Cattaro e dintorni ospitarono una munita base della Imperial Regia Marina, come già, per secoli, avevano accolto e ridossato le navi di Venezia. Capitani e soldati di mare erano in tutti i paesi delle Bocche, ma non mancavano gli equipaggi mercantili, che con i velieri giravano il mondo. Andavano e stavano via per mesi. A volte scomparivano, altre tornavano per una lunga sosta. Altre ancora si fermavano pochi giorni.

Un buon equipaggio era imbarcato sul brigantino chiamato «Il commercio», dell'armatore e capitano Basilio Kostich, uomo bello e forte nato a Risano, ove, si diceva, le donne partorissero i figlioli nell'acqua e nell'acqua li crescessero. Ma non era proprio così, perché, se ci si voleva riferire al naturale primato del mare, sia a Cattaro, come lungo ogni altra costa e nelle isole minori del Mediterraneo, gli uomini vivevano tra acqua e terra, navigando e coltivando uve, frutti e ortaggi nelle cortinelle chiuse con pietre negli spazi strappati alla montagna, più spesso rocciosa che ferace. Il mare, tuttavia, era nel cuore di tutti i rivieraschi e per le storie che tramandavano, ingigantite da nonni e padri, figli e nipoti, era come il latte succhiato dalle madri. Per questo i Bocchesi si sentivano marinai e non contadini, pur lavorando la terra e allevando qualche pecora per far ricotte e formaggi. I capitani dei velieri, però, come le loro ciurme, non potevano svolgere al momento giusto i lavori della terra, e così si crearono, a Cattaro, Risano, Perzagno, Lepetani, Kamerari e negli altri luoghi del litorale, due ceti: quello della gente di mare, che andava vestita di blu, alla marinara, appunto, e quello dei pescatori-contadini, impegnati a sfangare le loro modeste giornate tra le reti da imbrocco, la vignetta, un servizio e l'orto. C'era poi un terzo ceto, costituito da arsenalotti, velai, retaioli, canapini, necessariamente intraffarati con i militari della squadra austriaca, oltre che con i padroni della flotta mercantile, dai quali dipendeva la loro esistenza. Su tutti svettavano gli ufficiali dell'impero, gli armatori, i funzionari dello Stato e pochi altri. Basilio Kostich era noto, stimato, abbiente. Aveva viaggiato molto e conosceva i porti del Mar Nero, della Grecia e delle altre terre mediterranee, nonché i grandi scali del Capo, di Liverpool, Pensacola, Cardiff, Bordeaux, Rio e della Terranova. A Risano era nella mente di molte ragazze, che lo avrebbero voluto per marito pur avendo ormai passato i cinquanta, un'età che allora non pareva avanzata per metter su famiglia. Anche all'ammiragliato austriaco lo guardavano con rispetto, specialmente dopo che aveva costruito un'elica a mano, adatta per le barche di salvataggio delle grandi navi. Non che fosse gran cosa, ma essa pareva un utile e ulteriore sussidio nelle emergenze, aggiungendosi alla randa, al fiocco e ai remi. E poi l'invenzione ben si collegava ai fasti dei primi motori a legna e a carbone dei nuovi piroscafi, dei quali tutti parlavano con timore e ammirazione ad un tempo. Le tre sorelle di Perzagno.— Anastasia, Martina e Jovanka Ljubie — conoscevano il capitano Basilio per averlo incontrato al varo del suo brigantino, quando tutti lo festeggiarono per aver dato corpo a un battello di 350 tonnellate, allora il più grande della marina bocchese, abilitato al gran cabotaggio oceanico. Lo incontrarono qualche altra volta e gli parlarono, dicendo anche i propri nomi, indicandogli la casa ove vivevano sole e dalla quale si potevano vedere tutte le navi in transito nelle Bocche, sia in partenza, sia di ritorno. Aggiunsero che lo avrebbero sempre salutato dalle loro finestre e avrebbero detto ogni sera la preghiera del buon viaggio e salvamento «da ogni insidia divinale e umanale, pensabile e non pensabile, possibile e impossibile», secondo quanto recitava la comunità cattolica di Perzagno. L'uomo, alto, magro, i baffi rossicci e gli occhi neri e corruschi, indossava sempre l'uniforme blu, con i gradi di comandante alle maniche, il berretto alto rotondo e floscio alla maniera austriaca (altri lo portavano alla russa e con visiera bulgara), anch'esso con quattro galloni dorati e un'ancora sovrastata da corona nel mezzo dell'anteriore. Era proprio elegante, ispirava sicurezza, esprimeva capacità di giudizio e abilità di comando. I suoi uomini raccontavano che nelle notti chiare scrutava continuamente il cielo per riconoscere le stelle e poi, nella sua cabina, costruiva teoremi astronomici o risolveva quelli inventati dai grandi capitani per meglio orientarsi nella navigazione. E mai — dicevano — aveva sbagliato rotta, neppure di un grado. Esagerazioni, certo, ma anche segni di stima e di fiducia. Forse era stato imprudente nel lasciar pensare alle tre sorelle qualche interesse verso di loro, tuttavia nulla di impropri() aveva detto o fatto. Ma si sa che le donne, specialmente se vivono sole, danno più del dovuto alla fantasia e si lasciano prendere da essa. Così, maturata separatamente l'idea che Basilio Kostich le amasse, ciascuna pensando a se stessa, salutarono la partenza del veliero, accostatosi oltre ogni prudenza alla loro casa, e con tutte le vele e le bandiere al vento. Lo videro sul ponte, accanto al timoniere, volto alla casa, con la mano al berretto, ben fermo sulle gambe unite come fosse in una parata. Scomparso il brigantino oltre la stretta di Lepetani, Anastasia, la maggiore, tra i trenta e i quaranta, iniziò a dire la preghiera, subito seguita dalle altre, uscite dalle loro stanze pei raggiungerla nella sua. Sedute su tre poltroncine, ultimata l'orazione, si guardarono sospirando. Anastasia ruppe il silenzio per dire «sposerà una di noi e lei sarà felice, ma noi continueremo a vivere insieme, partecipando alla sua felicità e a quella di lui, come le buone sorelle che sempre siamo state». Parole facili per cose difficili — accade spesso — ma intanto utili, perché bene ispirate: il tempo, poi, le avrebbe aggiustate sui fatti. Così le tre donne cominciarono a immaginare il matrimonio, al quale per altro avevano sempre pensato ma avendo innanzi agli occhi e nella mente non più uno sposo, ma lui, /o sposo. E pensandolo, ripresero in mano il corredo, per migliorarlo, aggiornarlo alle nuove mode sui fascicoli di figurini che arrivavano da Vienna per le mogli degli ufficiali e dei funzionari. Queste, infatti, si rivolgevano loro per 12 confezione di abiti e per guarnire cappelli, essendo nota l'abilità delle sorelle nel tagliare e nel cucire cose eleganti. Non lc facevano per mestiere, poiché avevano case e terre affittate dalle quali traevano il fabbisogno e non solo esso, per la loro vita appartata e necessariamente modesta, ma per il piacere di fare e di parlare con le signore di Trieste, Venezia, Pola, Spaiato, Budapest, abituate a girare, a conversare e qualche volta a leggere un libro. Alcune di loro erano state persino a corte < partecipavano ai ricevimenti organizzati dai comandanti del. le basi, dei forti e delle navi maggiori, due delle quali, li «Erzherzog Friedrich» e la «Erzherzog Karl», con le scorte d. fregate, corvette, cannoniere e bombarde, erano stabilment< a Cattaro, a Teodo, a Risano, luoghi del loro stazionamento quando non uscivano dalle Bocche per le crociere e le mano. vre. Anche alle signore mogli degli ufficiali non era sfuggito i bel portamento del misterioso e solitario Basilio e qualche voi ta cercavano e trovavano il modo di parlare di lui con le so nelle Ljubie, forse immaginando complicità e tresche o pertrarre da innocenti bocche — così pensavano nella loro stupida e immensa presunzione alla quale le aveva abituate la vita militare dei mariti e il servilismo degli attendenti — qualche gustosa storia. Qualcuno, del resto, avendo visto un giorno le tre donne parlare con lui davanti alla porta di Cattaro, ove erano giunte con una carrozza guidata da un loro contadino, e sulla quale l'uomo era stato invitato a salire, aveva raccontato la cosa con qualche parola più del necessario, come di regola fa chi vuol creare un'opinione senza dire nulla di sconveniente, di falso o di offensivo. La notizia di una vicenda a quattro voci, che nelle soste di Basilio a Cattaro si consumava di notte dentro la casa di Perzagno, raggiunta dall'uomo con la barchetta munita di elica a mano, trovò qualche credito, ma non sortì grande effetto. Nulla infatti, tranne l'insaziabile curiosità di chi inconcludentemente vive ai margini di qualcosa e costruisce sugli altri quel che per sé vorrebbe, e non riesce ad avere per impraticabilità o per paura, consente di sopportare meglio il peso dei giorni sempre uguali, oltre i quali non c'è che solitudine e precoce morte dello spirito. Ma non tutti alle Bocche erano così, e siccome Anastasia, Martina e Jovanka andavano in chiesa, facevano le elemosine, trattavano con garbo sia gli inquilini delle loro case, come i contadini e i vignaioli ai quali affittavano le terre, e per la verità non apparivano bellissime, i più pensavano che «sì, forse ...», ma poi, nelle lunghe assenze di Basilio, tutto o quasi tutto cadeva. Solo un paio di malmaritate di nome Mascia e Catarina, ormai vecchiette, nonostante si tenessero su con busti, nastri e trine, e qualche stronzetta anzitempo sfiorita nell'attesa di non si sa che principe, continuavano ad aspettare i ritorni del veliero di Basilio, programmando complicate imprese per sorprendere i quattro peccatori. Alla fine la gente rideva di loro, apparendo del tutto inusitata una faccenda come quella messa in giro, tanto più che lui non c'era mai e a quel tempo non usavano amorosi convegni di gruppo, specialmente se ad essi avessero dovuto partecipare tre rispettose sorelle. Un giorno, al ritorno da un viaggio nel Messico, durato sei mesi, il brigantino di Basilio gettò l'ancora davanti alla casa delle Ljubie e lui scese a terra con la barca di salvataggio, manovrata da quattro rematori, quasi volesse solennizzare l'evento agli occhi di tutti, accreditando altresì, con la consegna di un baule pieno di doni, portato da altri due uomini di bordo, l'esistenza di un indefinibile qualcosa. Fu gran tramestio, in casa e nel borgo di Perzagno, e presto tutti seppero il perché di tanta ostentazione. Il capitano, infatti, ripeté nell'affollato «Caffè della Marina» — come aveva promesso alle tre donne — il discorso fatto nella loro casa: «Io non sono giovane e voi meritate di più e di meglio, ma ho ancora buone forze e non manco di beni e di mestiere. Se non avete impegni, piacendomi ciascuna di voi, sebbene in modo diverso, io chiederò in sposa, se mi vorrà, quella che saprà aspettarmi, volendo io andare ancora pel mondo a far conoscenza di terre, di mari e di genti. Intanto mi vorrei destinare a voi tre e nessuna toccherei men che rispettosamente se non per dare il braccio a tutte, una la volta, sui gradini della chiesa e per salire in carrozza. Il futuro deciderà e voi siete libere di aspettarmi o di prendere a marito l'uomo che più vi aggrada». Un discorso chiaro, a lungo pensato e pertanto ben costruito, che tutto risolveva, tranne le chiacchiere più malevole, perché alcune cattarine trovavano in esso la conferma delle loro insinuazioni, altri vi vedevano una specie di patto iniquo, che inchiodava le sorelle, lasciando all'uomo un largo margine di possibilità e un non trascurabile ventaglio di comodi. Avendo le donne accettato la proposta di Basilio, già tra loro formulata e decisa, si lasciarono vedere in giro con lui, andavano alla sua nave quando questa era alla fonda, lo invitavano nella loro casa, ove l'uomo conobbe mense sontuose, rosoli e persino la disposizione delle stanze. Alle tre belle finestre del secondo piano corrispondevano le camere da letto di Anastasia, al centro, di Martina, a sinistra, di Jovanka, a destra: tre stanze egualmente grandi, egualmente fornite di mobili e con il letto matrimoniale di noce fatto costruire dal padre quando le bimbe divennero donne, collocato al centro della parete opposta alla finestra. Ma i tratti della naturale sia pur contenuta diversità, che le donne avevano espresso nei dettagli, colpirono molto Basilio: la coperta, un centrino, un vaso di fiori, le bottiglie e i bicchieri da notte, l'immagine santa, i tappeti, i cuscini, il lume rivelavano la volontà di farsi riconoscere pur nell'adozione e nella pratica dello stesso stile di vita. Alla nuova partenza, un viaggio nel freddo dei mari inglesi, norvegesi e di Pietroburgo, le sorelle, affacciate alla propria finestra, salutarono a lungo il loro bel capitano, poi, quasi di corsa, ripresero a lavorare ai corredi aggiungendo, ciascuna nel suo e all'insaputa delle altre, delicate camicie da uomo in tessuto di stoffa flandrina, sia da giorno, sia da notte. Ma la sorte non sempre seconda le attese e qualche volta le scardina: accadde allora, durante quel viaggio, che la giovane Jovanka, poco più che ventenne, fu presa da violento male di petto con forti effusioni di sangue. Le amorevoli sorelle la condussero a Cattaro, ove i medici della base militare e quello del comune prescrissero le cure necessarie e un cambiamento d'aria, a Dubrovnik, se possibile, ove l'umidità si fa meno sentire, essendo le Bocche chiuse da alte montagne e con poche ore di sole al giorno. Così andò, ma la malattia non si fece vincere  Jovanka, stremata dalla febbre e da tosse continua, volle tornare a Perzagno, nella sua stanza, per morire tra le sue cose, purtroppo assai prima di quando il giovane più malinconico pensi di dover chiudere gli occhi per sempre. Si spense in pochi giorni e dopo la funzione in chiesa e la sepoltura nel cimitero di Cattaro, ove era la tomba della famiglia Ljubi é, Anastasia e Martina decisero, in segno di lutto perpetuo, di far murare la sua finestra. Era anche un segnale per Basilio, il quale, vedendola murata, avrebbe capito prim'ancora di scendere a terra, e come subito infatti capì al suo rientro, passando davanti alla casa. Le due sorelle, abbigliate di nero, salutarono con mestizia e il capitano fece scendere le bandiere a mezza altezza: quella di Cattaro e quella propria. Poi, fatta la pratica portuale, corse a Perzagno per saperne di più, tornando subito dopo a inginocchiarsi sulla tomba di lei, quella, tra le tre, che forse lo amava più come padre che come fidanzato, ma che certo lo avrebbe sposato, nonostante la gran differenza d'età. Furono giorni di immensa tristezza e di pietà, perché Basilio viveva allora il proprio dolore e, vivendolo, lo riproponeva, nei termini già vissuti, ad Anastasia e Martina. Rinunciò anche ad un viaggio a Livorno, già contrattato, per non lasciarle sole. Ma alla fine dovette partire, e filò via davanti alla casa, pur sempre salutando, ma più veloce del solito, con l'invelatura forzata quasi per perderla presto di vista. Sapeva che una parte del suo progetto, sebbene destinato a cadere nel giro di pochi anni, era crollato troppo presto, creando una prospettiva nuova — un uomo tra due donne egualmente innamorate di lui, come era ormai facile arguire — e male congegnato, pieno di rischi e di possibile rivalità. Non fu così. Le due sorelle continuarono ad amarlo e ad attenderlo insieme, lavorando ai corredi, recitando per lui le preghiere serali prima di coricarsi, decidendo anche di aggiungere un segno per Basilio e per tutti coloro che dalla strada o dalle acque guardavano verso la casa, sulla quale, alcuni dicevano, aveva sostato la morte a prova dell'ira di dio per un patto offensivo verso ogni persona dabbene. E proprio pei questo, la più giovane, che mai avrebbe dovuto immischiarsi nella crudelissima trama, rinunciando per un incerto vecchio, ormai forse impotente, alle gioie coniugali e materne della sua età, era stata falciata per prima. Basilio, in vero, era ancora forte e invidiabile nella sua prestanza, come molte donne dei porti da lui toccati avrebbero potuto dire, ma questo pensava la gente, pur sapendo che allora molte giovinette men che ventenni sposavano uomini anziani per accasarsi bene, e questo divenne vangelo. Il nuovo segno si concretò nel porre ogni sera al tramonto, sul davanzale delle due finestre, una candela accesa, protetta da una scatola di vetro e di stagno, come di notte a quei tempi portavano i pochi viandanti che dovevano uscire di casa. Appresero così a guardare la durata della sua luce, usando d'estate moccoli corti e sottili di buona cera e d'inverno, quando molte sono le ore di buio, candele tozze e più lunghe. Questo lugubre esercizio pietoso o messaggio, volto a dire siamo qui, siamo vive e ti aspettiamo sempre, anche nel fondo dell'oscura notte senza luna, che infatti poco compare alle Bocche, confermò nei bocchesi l'idea della stranezza di Anastasia e Martina, di mese in mese considerate sempre più corrotte e pazze, tanto che la domenica, in chiesa, nessuno più le avvicinava, mentre il papàs degli ortodossi le guardava male e il parroco dei cattolici le ammoniva durante la confessione, che regolarmente facevano. Una volta, mentre Basilio navigava tra Odessa e Genova portando grano, Martina, molto amante dei fiori, scese in giardino e lì, mentre svasava i gerani, che assai bene crescevano intorno alla casa e a ridosso della catasta di legna per le stufe e il camino, toccò inavvertitamente un serpentello accovacciato tra le foglie, che subito le morse una mano. Una cosa da nulla, si disse, tanto più che mai, negli ultimi tempi, s'era sentito di gente morsicata da serpi velenose. E invece la mano si gonfiò, divenne nera e a nulla valsero i medicamenti che prima Anastasia, poi l'ortolano (esperto di erbe adatte a curare i morsi degli animali e che sempre teneva in una sacchetta bacche, foglie, fiele di salamandra, peli di tasso e veleno di fungo seccato e tritato) e infine il dottore le diedero. Né, era ormai quasi morta, valsero a salvarla i fomenti ai piedi e alle mani, un salasso e una purga che, anzi, in un baleno quasi la spedirono, forse attenuandole il dolore. Si raffreddò e divenne tutta bianca mentre ancora il cuore pulsava. Tra un rantolo e l'altro, la bocca grandissima e in cerca dell'aria, le narici aperte, sudata, ma appena scomposta nel cadaverico pallore, trovò la forza di indicare la finestra. Fu l'ultimo suo gesto. Neppure il parroco la vide viva e si limitò di mala voglia a benedirne le spoglie scuotendo la testa. Il resto si immagina: il funerale con poca gente, i discorsi dei cattarini e dei perzagnani, la chiusura della finestra, il ritorno e il dolore di Basilio, combattuto tra il cedere a questo e il desiderio di chiedere ad Anastasia di sposarlo subito, pur sapendo che lì, in quelle acque e in quei paesi, non si andava a nozze nell'anno di lutto che seguiva alla morte di un familiare. E poi tutti lo scongiuravano a non farlo, quel matrimonio, perché osteggiato dal cielo e dagli uomini, voluto solo dal diavolo. Ripartì. Anastasia, che ormai si sentiva sua moglie, si presentò in carrozza sulla banchina di Cattaro, compiendo un atto non amato dai marinai, i quali, come si sa, non vogliono attorno gente di casa nei loro distacchi da terra, mentre molto lo apprezzano nei ritorni. Non appena il veliero si mosse, essendo ormai comparso il vento leggero ma teso adatto all'uscita, la donna ordinò al vetturino di far correre il cavallo, desiderando raggiungere subito la finestra per vedere filare il brigantino davanti a sé. Pur nel nero delle gramaglie, avrebbe tenuto in mano un lungo drappo rosa per salutare ancora l'uomo promesso ed amato. Anche lui salutò con le bandiere alzate sul pennone più alto, fece squillare la campana di bordo e dar fiato al corno da nebbia. Mai lo aveva fatto, e nel farlo gli parve di cedere a una debolezza non propriamente adatta al ruolo che aveva e al rispetto conquistato nelle marinerie. E in più, riflettendo nel silenzioso retrobottega dei pensieri rimossi, si chiedeva se avesse fatto bene a manifestare quei segni di saluto e di gioia, dal momento che qualche dubbio s'era insinuato in lui. Saranno state le disgrazie unite alle voci cattive messe in giro dalle affaccendate quanto inutili pettegole, sarà stato il rispettoso silenzio degli altri capitani o lo sguardo triste del parroco, comunque fosse nata, la perplessità si faceva sentire, e pertanto ai suoi occhi ogni gesto eccessivo o inusitato si configurava sostanzialmente come menzogna. Ma altrettanto menzognero sarebbe stato il non dar cenni di grande affetto, perché nel sentimento di lui Anastasia era ormai ben radicata. Non sarebbe stato bello salutarla come sempre, tanto più che dopo quel viaggio in Oceano, comunque lungo anche se forse al ritorno sarebbe entrato in Mediterraneo dal nuovo canale di Suez, guadagnando così molto tempo, avrebbero dovuto sposarsi, secondo la parola data in privato e ripetuta in pubblico. Anche a costo della propria infelicità, o dinanzi a un affare rivelatosi cattivo in corso di svolgimento, mai Capitan Basilio Kostich — come tutti sapevano — avrebbe violato l'impegno assunto. Anastasia, che pure aveva avvertito l'incertezza di lui, per altro ben dissimulata, si chiuse in casa, rinnovando, spostando, riordinando e pulendo, come molte donne fanno, dandosi così uno scopo, anche se falso e distorto, nei momenti e nelle fasi di instabilità e di presumibile incertezza, specialmente se mancano riferimenti chiari e concreti. Basilio, quella volta, fece vela per Lisbona dove caricò barre di ferro, baccalà, aringhe, olio, vino dolce per Madeira e le Isole Canarie, indi avrebbe voluto proseguire con legnami e pietra pomice da scaricare a Città del Capo. Qui, secondo la sua intenzione, avrebbe cercato una buona condotta per il Mediterraneo, contando di raggiungerlo da Suez. Ma non andò a questo modo. Lasciata Madeira, il brigantino fu preso da indicibile tempesta che lo pose fuori rotta, strappandogli alcuni uomini e molte vele. A nulla valse la sua bravura. La nave, rotta e disalberata, fu sbattuta sulla costa del Riff, ove del tutto si frantumò tra le scogliere affioranti, e fu gran fortuna poter raggiungere — lui, il nostromo e qualche compagno — una spiaggia desolata e pietrosa. Nessuno li vide. Guardarono in giro, salirono una collina brulla e di lassù mossero verso un ciuffetto di palme, ristorandosi poi con qualche frutto di esse e l'acqua di una cisterna semivuota. Era meglio che sulla spiaggia, ma era pur sempre il deserto. Tuttavia alcune tracce di vecchi fuochi e scarnite ossa mezzo bruciate — forse i resti di un montone — convinsero Basilio e i suoi che qualcuno era stato in quel luogo non molto prima. Il mattino dopo, infreddoliti dalla notte, si trovarono circondati dai mori, che subito li legarono e, a cavallo, li condussero in un luogo chiamato Tiznit: un sorso d'acqua, due datteri e un pezzo di focaccia secca, tratta dal cappuccio del mantello dei cavalieri. Andarono così per l'intera giornata, due per cavallo, fermandosi di quando in quando a far riposare le bestie. Ogni beduino aveva il proprio prigioniero e lo considerava del tutto suo, tanto che a Tiznit li tennero, sempre legati, ciascuno nella propria mapalia, facendoli uscire solo per qualche fatica ai cammelli, al pozzo, al molinello, alle capre. Donne e ragazzi li deridevano. Passarono così molti mesi, fino a quando, essendosi saputo ad Agadir dei naufraghi prigionieri, giunse il console degli inglesi che pagò cento scudi d'oro, nonostante fossero sudditi austriaci, così liberandoli. Poi si disse che l'imperatore in persona avesse sborsato la somma e pagato il rientro degli uomini, i quali tornarono a Cattaro dopo due anni. Basilio aveva scritto una lettera ad Anastasia, ma a Perzagno nessuno ricorda che essa fosse mai arrivata.

Si seppe invece dal fuochista di una pirofregata giunta da Corfù per riparazioni, che alcuni uomini del brigantino «Il commercio» erano stati salvati, e tra questi il capitano: una voce poi confermata da Vienna e da Zara. Molti gioirono, ma la gioia senza i nomi dei vivi e dei morti, tranne quello di Basilio, che non aveva familiari, restò come sospesa a mezz'aria, nessuno potendo gridarla, nessuno potendo respingerla, come sempre avviene nei porti alla notizia dei naufragi nei quali solo alcuni si salvano e non si sa chi siano. Rientrarono da Messina con la goletta «Franc tireur» e già prima della strettoia che separa le Bocche, al taglio naturale di Kotorski Zaliv, Basilio si fece dare un cannocchiale per vedere la casa di Anastasia, come altre volte aveva fatto. La vide, ma senza bene distinguerne la facciata, sulla quale percepì qualcosa di verde. Forse un albero troppo cresciuto che le era nato davanti. Solo quando la nave fu più vicina, capì che una densa edera s'era diffusa su tutta la parete. Le finestre murate, anche quella che pensava dovesse essere ancora aperta, con Anastasia in attesa, non si vedevano, e un nutrito disordine di erbe e arbusti circondava l'edificio. Appena a terra chiese notizie e gli fu subito confermato quel che aveva intuito: che la donna era morta. Un male sconosciuto, mentre lui era via e nulla più se ne sapeva, s'era impadronito di lei. Quando giunse la notizia portata dal fuochista, lei era già fuori di senno: ripeteva parole incomprensibili e con una fune lanciata fuori finestra mimava un ormeggio, come aveva visto fare sulla banchina di Cattaro. La contadina che l'assisté fino all'ultimo raccontò che negli estremi giorni più non si cibava e né medici, né preti, né altri volle vedere. Il primo impulso del capitano fu di correre a quella che era stata dimora delle tre sorelle, ma desisté. Ormai non c'era alcuna urgenza. Seppe poi che i Perzagnani, sepolta la donna, decisero di murare la sua finestra, le altre del piano terreno e ogni ingresso. Un muretto chiuse anche il cancello del giardino. Basilio capì, ma non poté trattenersi, qualche giorno dopo, dall'andare alla casa munito di falce e di ascia per tagliare l'edera alle radici, come infatti fece con cura.

Non gli piaceva l'idea che un groviglio di foglie e bestiacce, sempre annidate nel folto della vegetazione, coprisse quel bell'edificio così familiare ai naviganti cattarini. Occorsero anni perché l'edera, pur privata del suo umido cibo, ma ancora qua e là barbicata nei pertugi del muro, riuscisse a ingiallire. Quando fu tutta appassita Basilio mandò un uomo a tagliarla. E così si rividero le tre finestre chiuse, quelle che anche oggi, chi passa da quelle parti, non può non vedere. Poi, se chiede, si sente rispondere che «era quella la casa delle tre sorelle».

 

Quella mattina pioveva forte, nelle Bocche, e le nuvole sotto a una cappa di bassa pressione erano quasi ad altezza case. In questo scenario maestoso, con in mano il mio libercolo acquistato tanti anni prima, raggiunsi a passo d'uomo Perzagno (Prčanj). La casa esiste ancora, eccola, davanti a me. Fa venire i brividi, e come se non bastasse la pioggia sul parabrezza ne deforma i contorni. Impossibile scendere, e quindi, osservandola così come ora la vedete attraverso questo scatto, apro le "Storie di Adriatico", di Sergio Anselmi, e ripercorro pagina dopo pagina, lentamente come seguendo tramite un virtuale metronomo il suono della pioggia che stava diminuendo, tutta la storia che condivido qui con voi...            Federico